Traduzione, Interpretazione, Linguistica

Verso la fonetica e oltre…

Sono sempre rimasta affascinata dalla pronuncia delle parole nella mia lingua materna e nelle lingue straniere con cui mi confronto. 

Ricordo che da bambina cercavo a tutti i costi di riprodurre l’accento squisitamente British dei protagonisti dei dialoghi dei libri di inglese, mentre quando viaggiavo con i miei genitori mi immedesimavo a tal punto nella cultura del posto che molto spesso alla fine della vacanza mi accorgevo di aver assimilato un determinato dialetto, o di essermi appropriata di parole ed espressioni non tipiche della mia zona. Fino ad arrivare al liceo, quando durante uno scambio linguistico con una famiglia originaria della Borgogna, un compagno della mia corrispondente mi disse che il mio accento in francese assomigliava alla varietà provenzale. Per non parlare delle infinite volte che mi hanno fatto notare l’accento tipicamente latino che caratterizza il mio spagnolo, un tratto che non potevo che ereditare da quella parte della mia famiglia che vive in Venezuela. 

Insomma, una vera e propria fissazione la mia. Da brava linguista, ho sempre cercato di imparare le lingue come si impara a recitare. Quando parlavo l’inglese, il francese o lo spagnolo mi apprestavo, appunto, a interpretare la parte dell’inglese, della francese o della spagnola. A volte giocavo persino con i vari accenti, il britannico e l’americano, lo spagnolo dell’America Latina e quello della Spagna. 

Perché non applicare un tale approccio euristico all’insegnamento/apprendimento linguistico?

La pronuncia, quindi la fonetica e la fonologia, non dovrebbero essere considerate discipline ancillari rispetto alla grammatica e al lessico in quanto incidono trasversalmente e simultaneamente sulle quattro competenze linguistiche fondamentali: la scrittura, la lettura, l’ascolto e la comprensione nella lingua straniera.

Per fare un esempio, imparare la differenza tra spelling e pronunciation significa apprendere un concetto basilare della lingua inglese: la non corrispondenza tra pronuncia e grafia, tra suoni e lettere. Trasmettere una nozione del genere a un bambino che frequenta le scuole elementari e si sta approcciando per la prima volta alla lingua inglese potrebbe aiutarlo da subito a costruirsi una propria sensibilità linguistica, quindi facilitarlo nella distinzione scritto/parlato. 

Pertanto, la fonetica non solo andrebbe inserita a pieno titolo nella didattica delle lingue, ma la si dovrebbe insegnare con gli strumenti propri della lingua obiettivo. 

Quale miglior occasione se non durante il workshop di fonetica? Il workshop fonetico si propone come una serie di attività didattiche pratiche che possono essere racchiuse nell’acronimo MARSS: Multimodalità, Apprendimento collaborativo, Riflessione, Scoperta e Sensibilizzazione (Calabrò 2015: 2). Si tratta di un procedimento didattico induttivo, che mira all’apprendimento per scoperta tramite l’utilizzo di varie tecniche, quali ad esempio il movimento del corpo, la musica e i cinque sensi. È pensato soprattutto per i più piccoli, che debbono essere educati alla percezione dei suoni attraverso l’utilizzo dell’udito e degli altri organi coinvolti nelle realizzazioni fonetiche: la bocca, la lingua, il naso, i denti.

Per far prender loro contatto con il proprio corpo e gli strumenti di cui dispongono naturalmente per comunicare, come insegnanti di lingue possiamo avvalerci della proprioception, o propriocezione, intesa come la propria percezione del movimento del corpo, e nel caso specifico della fonetica, la propria consapevolezza di ciò che avviene nella bocca quando si produce ogni singolo suono (2015: 4). 

La scoperta dei luoghi e dei modi di articolazione dei suoni è funzionale e preliminare all’attività del workshop che prevede di realizzarli, e spesso ne consente la buona riuscita. A questo punto possiamo invitare i discenti ad ascoltare e riprodurre i suoni della L2 prestando particolare attenzione ai parametri che il sistema uditivo ha stabilito per la produzione dei suoni in quella determinata lingua, che potrebbero differire dai parametri che regolano invece le realizzazioni fonetiche nella propria L1 di partenza. Educare l’udito dell’apprendente ad un diverso modo di percepire e produrre i suoni fa sì che quest’ultimo non ceda alla naturale tentazione di approcciarsi alla lingua straniera con gli strumenti e i parametri della propria lingua madre. Spesso infatti l’interferenza dalla L1, quando non opportunamente rilevata come elemento di contrasto tra le due lingue, si trasforma in transfer negativo, provocando un rallentamento del processo di apprendimento linguistico e/o nella peggiore delle ipotesi casi di fossilizzazione degli errori.

Insegnare la fonetica è un’impresa decisamente ardua, ma applicando il principio della multimodalità possiamo avvalerci delle tecniche e dei metodi glottodidattici più disparati. 

Consulta la sezione RISORSE E MATERIALI DIDATTICI > Phonetics del mio blog per trovare degli spunti utili e progettare al meglio il tuo workshop di fonetica!

Testi citati e utilizzati

Calabrò L., (2015) “Il workshop di fonetica in italiano L2/LS”, Italiano LinguaDue, n. 1.

Enciclopedia Treccani <http://www.treccani.it/enciclopedia/>.

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