Traduzione, Interpretazione, Linguistica

Quando la realtà scavalca la finzione letteraria… Paula, Isabel Allende

Un romanzo che ci invita ad accettare di non poter sciogliere la matassa

Nella vita di uno scrittore o di una scrittrice ci sono momenti in cui la realtà diventa un macigno talmente grande da sopportare che l’unico modo per evitare di essere schiacciati è affidarsi alla letteratura. La protagonista di questo romanzo, Isabel, e scelgo di proposito di chiamarla così, senza il cognome con cui tutti noi la conosciamo e apprezziamo quale scrittrice di fama internazionale, si trova catapultata in una situazione tragicamente surreale, quella di una madre costretta ad assistere inerme alla morte della figlia, stroncata da una malattia degenerativa. 

Non riuscendo a trovare una spiegazione plausibile a quanto sta vivendo, manifesta il proprio grido di dolore attraverso la scrittura. Comincia a scrivere di getto, mentre aspetta impaziente di ricevere notizie sulle condizioni della figlia. Afferma di voler imprimere sulla carta la storia della sua famiglia, per dare alla sua Paula la possibilità di ripercorrerla, quando finalmente si sveglierà dal coma e potrà tornare a vivere una vita normale. 

Ecco che, con la delicatezza e la grazia che li contraddistingue, riprendono vita in quelle pagine piene di interrogativi e incertezze i personaggi della Casa de los espíritus, il Tata, il nonno burbero ma dal cuore tenero, la Memé e il tocco magico con cui interpreta la realtà, rispettosa degli spiriti invisibili che la popolano, Francisco, protagonista di De amor y de sombra, il compañero con cui Isabel reporter ha scoperto la cruda realtà dei desaparecidos e l’ha denunciata. 

Insomma, Paula è un libro e molti libri allo stesso tempo, racchiude forse tutta l’opera della scrittrice, i romanzi, i racconti già pubblicati e quelli che pubblicherà dopo. 

La storia si sviluppa su due piani diversi ma intrinsecamente correlati, il piano della narrazione, in cui Isabel ripercorre cronologicamente gli episodi più salienti della sua vita, dando conto anche della realtà storica del suo paese, e il piano dell’introspezione, una dimensione senza tempo e senza spazio, come la realtà che sta vivendo Paula. 

La narrazione è per Isabel una via di fuga, un momento in cui si isola da tutto e da tutti per concentrarsi su quello che è stato. Compie dunque un esercizio mnemonico per mettere ordine fra le vicende della sua vita, in un momento in cui nulla sembra essere al suo posto. Il piano della narrazione procede a ritmo spedito e consente al lettore di costruirsi mentalmente una storia, o forse è quello che auspica Isabel autrice. Ma il dolore si fa strada in lei senza chiederle il permesso, è così forte che non le permette di proseguire il racconto. La narrazione prende dunque un tono maggiormente intimista, l’immagine di Paula pervade ogni pagina, e il tempo si ferma. Dal racconto della propria vita vista dall’esterno, si passa al racconto del proprio dolore, descritto, percepito, vissuto e sofferto dall’interno. I due piani si intersecano continuamente, creando un intreccio narrativo avvincente, che tiene il lettore incollato alle pagine dall’inizio alla fine. 

Sembra che le storie che Isabel ha scelto di raccontarci siano il motore principale dell’azione narrativa. Ne siamo convinti. Fino al punto in cui il piano dell’introspezione, della realtà che lacera da dentro, prende il sopravvento scavalcando ogni tentativo di finzione letteraria. Isabel non riesce più a tessere i fili della trama per rammendare i vari pezzi della storia. Si è abbandonata al dolore e l’ha accettato. Ha accettato di dire addio alla figlia, di accompagnarla nel suo viaggio verso l’aldilà. Adesso sta a noi tenerci quella matassa di filo senza alcuna pretesa di scioglierla. Perché sappiamo che non ci riusciremo mai. Che accettarla così è complicato ma terribilmente reale.   

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