Traduzione, Interpretazione, Linguistica

Il mestiere dell’interprete

Nella Bibbia si narra che quando Dio creò la terra, tutti gli uomini parlavano una sola lingua e le stesse parole. Ma un bel giorno a Babele, identificata da alcuni studiosi con la città di Babilonia, in Mesopotamia, gli uomini decisero di fondare una città intorno ad una torre tanto alta da toccare il cielo.

Dinanzi alla presunzione umana di distinguersi e darsi un nome, Dio ordinò agli uomini di disperdersi per tutta la Terra e confuse la loro lingua. 

Fu allora che gli uomini iniziarono a non comprendersi più tra loro. 

La storia però ci insegna che sin dalla sua creazione ad opera di Dio, l’uomo ha da sempre manifestato il desiderio e ancor prima la necessità di intrattenere relazioni e stabilire contatti con i suoi simili. Tale bisogno primario di comunicare ha fatto sì che, progressivamente e nella sua forma più rudimentale, si sviluppasse la figura dell’interprete: una persona che per ragioni plurime conosceva più di una lingua e che pertanto era in grado di facilitare la comunicazione tra parlanti di lingue diverse.  

Siamo agli inizi del sedicesimo secolo, alle porte della città di Tenochtitlán, in Messico. La recente scoperta del Nuovo Mondo ha messo l’uomo europeo civilizzato di fronte al suo fratello selvaggio, forse per fargli prendere consapevolezza dell’esistenza della diversità umana come fonte di ricchezza. 

Tuttavia, com’è noto, il primo contatto tra civiltà e natura, cioè tra conquistadores e conquistados, si rivela catastrofico. 

Gli indios vengono assoggettati agli spagnoli, a cui si sottomettono quasi senza opporre resistenza credendo che questi siano stati inviati dal dio Quetzalcóatl di ritorno dalle grandi acque dopo un lungo periodo di assenza. 

Hernán Cortés, comandante delle truppe spagnole, riesce in poco tempo a guadagnarsi l’appoggio di migliaia di indigeni, grazie anche al preziosissimo aiuto di quella che diventerà la sua fedele compagna, la Malinche, una splendida fanciulla di origine azteca in cui molti hanno identificato la prima vera interprete-traduttrice del Nuovo Mondo. 

Infatti, come segnala Darconza (2007: 8), al di là dell’indubbia disparità di forze tra le due civiltà oggi si tende a riconoscere che tale divario [mia modifica] fu mitigato piuttosto dalla politica e dalla diplomazia, prova ulteriore di quanto la parola possa costituire un’arma più potente ed efficace della spada.

Attraverso la voce della Malinche, e alla sua capacità di dominare tre lingue, il nahuátl, il maya e lo spagnolo, Cortés riesce ad appropriarsi non solo delle terre degli indigeni, ma anche della loro cultura, del loro mondo mentale. 

La Malinche costituisce una figura controversa della storia. Regalata per la prima volta come schiava all’età di cinque anni, vive la cruda realtà dell’assoggettamento lavorando al servizio di diversi padroni fino all’arrivo di Cortés, che rappresenta un vero e proprio riscatto della sua persona, in quanto grazie a lui può finalmente far sentire la propria voce e riaffermare la dignità femminile in una società dominata quasi esclusivamente dal potere maschile. 

Tuttavia, conoscendo l’esito della colonizzazione spagnola, molti la definiscono una traduttrice-traditrice del suo popolo, accusandola di aver consegnato la civiltà azteca nelle mani avide e distruttive di Cortés. 

Un’immagine diversa della Malinche ci viene fornita dalla scrittrice messicana Laura Esquivel, la quale, nel suo romanzo Malinche, ripercorre gli episodi più salienti della storia della donna e del suo incontro con il conquistador spagnolo, sottolineando come in realtà lo stesso nome La Malinche, variante spagnola del náhuatl Malitzin, suggerisca un ribaltamento del ruolo di traditore tradizionalmente associato alla sua figura. Infatti, la parola Malinche significherebbe “padrone di Malinalli”, dove Malinalli è il nome originale della donna. Dunque, con ogni probabilità il vero traditore di questa vicenda è Cortés, e non la povera fanciulla. 

Nel romanzo di Esquivel si mette in evidenza lo straordinario potere della parola, con cui Malinalli bambina nomina le cose del mondo, che sembrano nascere e svilupparsi proprio nel momento in cui lei vi attribuisce un significato. 

La forza creatrice della parola viene poi spazzata via dalla sua forza distruttrice, esemplificata dal personaggio di Cortés. 

La parola che crea e la parola che distrugge. E in mezzo, l’interprete.

Ella nunca antes había experimentado la sensación que generaba estar al mando. Pronto aprendió que aquel que maneja la información, los significados, adquiere poder y descubrió que al traducir ella dominaba la situación y no sólo eso, sino que la palabra podía ser un arma. La mejor de las armas. 

La palabra viajaba con la velocidad de un rayo. Atravesaba valles, montañas, mares, llevando la información deseada tanto a monarcas como a vasallos; creando miedo o esperanza, estableciendo alianzas, eliminando enemigos, cambiando el rumbo de los acontecimientos.

(Esquivel 2006: 63)

Come osserva Malinalli, la parola è un’arma di cui ci si può avvalere per cambiare il corso degli eventi. La parola è sempre all’origine di un’azione, e tutti gli individui, ma ancor più gli interpreti, devono fare i conti con i dati e le informazioni che apprendono, per poterle poi trasporre correttamente in altre lingue.

La trasposizione avviene però sul piano del significato. In particolare, attraverso la comprensione o ascolto attivo dell’interprete, la parola cessa di esistere come unità linguistica per trasformarsi in unità di significato. La parola tradotta è la parola compresa in una lingua ed espressa in un’altra lingua al fine di veicolarne il senso. 

Come si evince dalle riflessioni riportate nel romanzo di Javier Marías Corazón tan blanco, l’interprete vive nella costante ricerca della comprensione finalizzata alla traduzione, consapevole che la parola non compresa, cioè la parola da cui non è stato astratto alcun significato, sarà destinata a rimanere per sempre un “murmullo indistinguible”, un “susurro imperceptible”, nonché “sonidos que sé que son articulados y tienen sentido y sin embargo no logran individualizarse ni formar unidades”.

La ricerca del significato va oltre la mera traduzione delle singole parole, coinvolgendo anche i gesti, gli sguardi, i movimenti degli interlocutori. Ce lo conferma Juan, protagonista del libro, che di professione fa proprio l’interprete.

Pero esas frases […] perviven en las miradas, en las actitudes, en las señales, en los gestos y en los sonidos (las interjecciones, lo inarticulado) que también pueden y deben ser traducidos porque son nítidos tantas veces y son los que de verdad dicen algo y se refieren de verdad a los hechos, sin el sufrimiento de un quizá y un tal vez, sin la envoltura de las palabras […].

(Marías, 2007: 227)

Sarebbe un’ingenuità pensare che basti semplicemente conoscere le parole di una lingua straniera per potersi improvvisare interprete di quella lingua. Difatti, come ci suggerisce Marías, le parole non sono altro che envolturas, contenitori di qualcosa di più profondo, che solo i più dotati di sensibilità linguistica saranno in grado di cogliere, akas gli interpreti.

Tengo […] la tendencia a querer comprenderlo todo, cuanto se dice y llega a mis oídos, tanto el trabajo como fuera de él, aunque sea a distancia, aunque sea en uno de los innumerables idiomas que desconozco, aunque sea en murmullos indistinguibles o en susurros imperceptibles, aunque sea mejor que no lo comprenda y lo que se diga no esté dicho para que yo lo oiga, o incluso esté dicho justamente para que yo no lo capte.

(2007: 46)

Testi citati e utilizzati

Darconza G., (2007), “Malinche: la prima traduttrice-traditrice del Nuovo Mondo”, Linguae, pp. 7-22.

Esquivel L., (2006), Malinche, Atria Books, New York.

Marías J., (2007), Corazón tan blanco, De Bolsillo, Barcelona.

CONDIVIDI L'ARTICOLO

Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
Condividi su email
Condividi su linkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *